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16 febbraio 2016 - APPUNTI, Filosofiamo    No Comments

Come è fatto l’Assoluto e chi lo può esprimere per Schelling?

Come è fatto l’Assoluto e chi lo può esprimere per Schelling?

(Nodi concettuali)

Abbiamo visto che è grazie a Fichte che viene fondato l’Idealismo trascendentale. Egli, nei “Fondamenti della dottrina della scienza”, aveva presentato il suo sistema dell’idealismo, che era al contempo morale e conoscitivo. Se Schelling inizialmente sostiene la filosofia di Fichte, ben presto perverrà a caratterizzare la differenza del proprio pensiero rispetto all’Idealismo dello stesso Fichte. Questa differenza si mostra pienamente allorchè Schelling nel 1800 pubblica la sua opera fondamentale, nella quale egli spiega che cosa intende per “ “Sistema dell’Idealismo trascendentale”, delineando un sistema filosofico molto diverso rispetto a quello di Fichte e chiarendone gli assunti filosofici su cui si fonda. Da tutto ciò emerge con chiarezza l’attenzione di Schelling su temi, che erano risultati invece secondari in Fichte, ma rivelatori con Schelling di una nuova e diversa “concezione dell’Assoluto”.

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Max Weber dalla filosofia alla sociologia

Quali sono i presupposti teorici che influenzeranno il pensiero di Max Weber?

Nella seconda metà del XIX secolo si manifestò, soprattutto in Germania, una vivace reazione al Positivismo e al modo di intendere le scienze umane da parte dello Storicismo. Lo Storicismo è stato un movimento filosofico che ha posto l’accento sull’irriducibilità della conoscenza storica a leggi universali e necessarie (come quelle tipiche delle scienze naturali), giungendo a proclamare la superiorità della conoscenza storica su quella delle altre discipline, in quanto solo tale conoscenza sarebbe capace di cogliere gli aspetti individuali e i valori che costituiscono l’essenza più profonda della vita e della realtà spirituale nel suo continuo mutare. I positivisti consideravano le scienze naturali il modello cui adeguare quelle dell’uomo e ritenevano che lo stesso metodo scientifico dovesse essere applicato in ogni campo del sapere (in fisica, in biologia, in sociologia, in storia, ecc.). Anzi pensavano che la ricerca scientifica, sia in campo umano che naturale, servisse a scoprire le leggi generali e a ricostruire i meccanismi insiti nella realtà e a spiegare e prevedere gli eventi. In tale direzione anche la scienza della società serviva non a costruire direttamente una morale razionale, ma a mostrare come una morale razionale nascesse dallo sviluppo della società prodotto dall’applicazione della scienza alla natura. Persino l’interesse della filosofia si rivolse al “fatto delle scienze”. Tale “fatto scientifico” nel significato positivistico era subentrato alla nozione di “dato”, che lo stesso Kant aveva considerato come uno dei presupposti per l’uso dei concetti dell’intelletto, cioè dell’organizzazione dei nostri concetti nell’interpretazione della realtà. Col dominio del Positivismo il “fatto delle scienze” non si limitò alle scienze naturali e al loro campo di applicazione, facendo emergere l’esigenza di ampliare la nozione di scienza. Pertanto i contenuti delle teorie comtiane furono abbandonati o modificati via via che l’attenzione della sociologia cominciò a spostarsi dallo sviluppo della scienza, inteso come asse principale delle trasformazioni storiche, all’organizzazione sociale, che emerse come oggetto autonomo di indagine. Malgrado tutte le sue trasformazioni, la sociologia suggerì che le regole sociali, comprese quelle morali, andavano interpretate non attraverso i loro contenuti espliciti, ‘letterali’, ma tenendo conto della ‘funzione’ che svolgono all’interno del sistema sociale. Gli storicisti tedeschi iniziarono a pensare che lo studio delle vicende umane fosse un campo completamente differente rispetto a quello del mondo naturale, che si trattasse quindi proprio di due diversi ordini di scienza. Per gli storicisti, quando si studia la storia umana (e per esteso ogni ambito del sapere umano), l’intento è cogliere i singoli eventi nella loro individualità, unicità e irripetibilità, mentre nelle scienze naturali si va alla ricerca di leggi universali. Ogni fatto della storia è un evento completamente a sé e va capito come tale (ogni fatto va interpretato nella sua unicità, senza ricorso a leggi generali). Lo scienziato che spiega guarda ai fenomeni dall’esterno, nota gli eventi ripetitivi e inferisce connessioni causali; invece chi è teso a comprendere gli eventi della storia umana si sforza di cogliere le esperienze umane dall’interno, usando l’empatia (il mettersi nei panni dell’altro) e cercando di rivivere su di sé il vissuto altrui, è interessato a ricostruire il mondo mentale degli individui che studia, le loro percezioni, i pensieri e le intenzioni. Per questo nelle scienze storico-sociali le leggi sono ipotetiche e il loro compito è quello di chiarire determinati aspetti del fenomeno, ma non possono esaurirlo.

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24 giugno 2015 - APPUNTI, Filosofiamo    No Comments

Riepilogo su Soren Kierkegaard

RIEPILOGO SU SOREN KIERKEGAARD (Copenhagen 1813-1855)

Opere rilevanti da ricordare: “Aut-aut” (di cui fa parte “Diario di un seduttore”, 1843); “Timore e tremore” (1843); “Il concetto dell’angoscia” (1844); “La malattia mortale” (1849).

Perché una filosofia contro Hegel?

La filosofia di Kierkegaard, riscoperta ed apprezzata nel Novecento, si contrappone alle certezze propagandate dall’idealismo, evidenziando la centralità dell’uomo singolo contro lo Spirito universale; l’importanza dell’esistenza contro la ragione; le concrete alternative conflittuali della vita contro la sintesi dialettica risolutrice di ogni contraddizione; la libertà come totale possibilità contro la libertà come ordinata necessità. Per Kierkegaard è l’esistenza che rappresenta la concretezza della realtà, per cui le scelte di ogni singolo individuo sono simbolo di libertà contro ogni determinismo. l’uomo è incessantemente costretto ad operare delle “scelte”; egli si trova solo di fronte ad esse e ciascuna rappresenta un salto nel vuoto, perché, scegliendo, il singolo individuo assume un ruolo e rinuncia a tutte le altre possibilità di esistenza. Ogni scelta è sempre accompagnata da un sentimento di angoscia, in quanto l’uomo non saprà mai se ha fatto la scelta giusta. In tal senso Kierkegaard pone l’attenzione sulla dimensione della vita dell’individuo: in particolare sul rapporto essenza/esistenza. Per Kierkegaard il limite del sistema hegeliano è quello di trascurare l’esistenza concreta: l’uomo è semmai perennemente angosciato dalla scelta e, vivendo nella dimensione dell’esistenza, non ha alcun riferimento rassicurante in senso oggettivo o universale. Secondo Hegel, l’uomo non è altro che un “anello” necessario del divenire dello Spirito, cioè un momento dello sviluppo della razionalità nel mondo e del ritorno dello Spirito a sé. Invece, secondo Kierkegaard, la filosofia deve adottare un altro punto di vista: quello del singolo ed assumerlo come proprio oggetto. E’ a partire dal singolo come categoria che la realtà dev’essere veramente colta ed interpretata. La vita dell’uomo è possibilità, che implica il rischio, cioè la responsabilità della scelta. Per questo il termine fondamentale della riflessione di Kierkegaard è la parola “possibilità”: l’uomo è continua e infinita possibilità. Di qui l’”angoscia”: in noi abita sempre il presentimento, la minaccia del nulla. Se siamo possibilità sempre aperta, per noi non ci sarà un’unica possibilità di autorealizzazione. In tal senso la filosofia è lo sforzo di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all’uomo, ovvero quegli stadi della vita che costituiscono le principali alternative dell’esistenza, tra le quali l’individuo è chiamato a scegliere.

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24 giugno 2015 - APPUNTI, Filosofiamo    No Comments

La funzione del criticismo di Kant

La funzione del criticismo di Kant.

Quando ci si affida ad un qualsiasi manuale di filosofia per ottenere una indicazione di massima e per poter comprendere l’epoca dell’illuminismo, è inevitabile imbattersi nella definizione che Kant fornisce nel suo breve saggio del 1784 intitolato “Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?”, ove Kant scrive:

«L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da una condizione di minorità di cui egli stesso è responsabile. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida d’altri”.

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